La mente tiene. Poi presenta il conto.

Quando il nostro lavoro richiede lucidità, presenza, decisione, gestione delle relazioni, regolazione emotiva, lo strumento principale è la mente in stato di funzionamento. 

E lavorare con la mente significa restare attivi anche quando non si produce nulla di visibile. Significa mantenere attenzione, regolazione, presenza.
Significa continuare a funzionare mentre si elaborano informazioni, emozioni, richieste implicite.

Questo tipo di lavoro genera un carico specifico, spesso poco nominato.
Non è solo carico cognitivo.
Non è solo carico emotivo.
È la combinazione continua dei due. 

E quando questi due carichi agiscono insieme, non si sommano. Si moltiplicano.

Ed è qui che accade qualcosa di tipico del lavoro mentale:
la persona continua a funzionare bene anche quando il sistema interno è già sotto pressione. La qualità resta alta. La presenza c'è. L'affidabilità non cala.

Ma il costo viene spostato dentro.

Nel tempo, questa modalità produce una forma di usura silenziosa.
Non esplosiva. Non immediata.
Una riduzione graduale della capacità di recupero, di sentire, di restare pienamente presenti.

Dal punto di vista delle neuroscienze, questo è coerente con il funzionamento dei sistemi biologici complessi: un sistema può restare performante a lungo anche in sovraccarico, ma lo fa consumando risorse di regolazione.
Dal punto di vista della psicologia applicata, sappiamo che quando il carico emotivo non trova spazi di elaborazione, tende a manifestarsi in distacco, rigidità, perdita di senso.

Qui il parallelo con lo sport diventa utile, non come modello da copiare, ma come chiave di lettura.

Nello sport ad alte prestazioni, il funzionamento viene osservato prima del risultato.
Carico, recupero, soglie, tempi di esposizione vengono monitorati perché si sa che la performance è sempre l'esito di condizioni precedenti.

Il corpo non viene ascoltato solo quando si infortuna.
Viene osservato mentre regge.

Nel lavoro mentale, invece, la mente viene spesso ascoltata solo quando smette di reggere. Quando cala la qualità, quando arriva la stanchezza, quando qualcosa si spezza.

Il punto non è ridurre la complessità del lavoro con la mente.
È riconoscere che esiste un funzionamento da osservare, prima che il costo diventi visibile.

Da questa prospettiva nasce il Creative Mental Health Lab:
uno spazio di ricerca che integra neuroscienze, psicologia applicata, l'osservazione dei sistemi di performance nello sport e l'analisi dei contesti creativi e di lavoro ad alta intensità mentale ed emotiva.

Non per semplificare il lavoro.
Ma per rendere leggibile ciò che già accade.

Perché oggi la competenza più rara non è reggere di più.
È sapere come si regge.

Fouzia Draoua

Director@Resilience Room Lab

Per approfondire, applicato al music Business:

Musgrave, G., & Gross, S. A. (2020). Can Music Make You Sick? Measuring the Price of Musical Ambition. London: University of Westminster.